Trading tasse: costi e vantaggi degli investimenti

Trading senza tasse: un’utopia?

La questione trading tasse è apparentemente abbastanza complicata. In primis perché il legislatore negli ultimi anni ha trattato più volte questo argomento, modificando non solo il metodo di dichiarazione ma anche le aliquote.

Secondariamente, perché la dichiarazione dei guadagni derivanti dal trading segue regole diverse da quella che, invece, coinvolgono il classico reddito da lavoro.

Va specificato, tuttavia, che anche a seguito dell’ultima limatura legislativa operata dal Governo Renzi, la tassazione sul trading (trading tasse) è ben regolamentata. In breve, i tentativi di evasione fiscali rimangono – come per altre voci di reddito – ma oggi sono più facilmente tracciabili rispetto a ieri.

Trading Italia tasse: un chiarimento

Trading tasse: la normativa. I guadagni che derivano dal trading online figurano, stando alle disposizioni del legislatore italiano, come “capital gain”. Vengono assimilate, dunque, agli utili originati da qualsiasi attività finanziaria o di investimento.

Il prelievo fiscale viene effettuato a partire da una autodichiarazione. E’ il trader, quindi, a dichiarare quanto ha guadagnato e a procedere con il versamento dell’imposta a esso relativa. Un chiarimento doveroso riguarda l’imponibile.

Per “guadagno” si intende, ovviamente, la plusvalenza, quindi la differenza tra quanto è stato ricavato dall’attività di investimento e quanto è stato perso.

In linea di massima, dunque, l’importo da pagare è generalmente (e in termini assoluti) basso, ma solo perché – e questa è una cattiva notizia – sono pochi i trader che riescono a produrre profitti considerevoli, in media il 15%. E’ raro che i trader “per hobby”, quindi le persone comuni, si trovino a dover versare grosse somme.

L’aliquota relativa al capital gain si attesta stabilmente sul 26%. Tale percentuale è il risultato dell’ultimo intervento legislativo, effettuato dal Governo Renzi, che ha ampiamente rimaneggiato l’aliquota in vigore fino all’anno scorso, che si attestava invece intorno al 20%.

La dichiarazione non è difficile da effettuare. Il documento di riferimento è il Modello Unico. In particolare, occorre indicare il corrispettivo nella sezione II B al rigo RT 41, sotto la voce “redditi di diversa natura finanziaria”, come per altro illustrato dall’articolo 67 comma 1 lett. C bis C quinqes del TIUR. L’imposta va successivamente pagata con il modello F24.

La situazione si complica, tuttavia, se il trader opera per mezzo di un broker estero. In questo caso, la dichiarazione va dovuta all’IVAFE. Il contribuente, nella fattispecie, è chiamato a compilare la sezione RW del Modello Unico, poiché le attività di trading così concepite sono assimilate alle “attività finanziarie detenute all’estero IVAFE”.

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